Cultura

Artisti a "Breakfast in Beirut" in 30 narrano il Medioriente

di Mauro Favaro

Ci sono anche artisti della Biennale tra gli oltre trenta autori che attraverso le loro opere d'arte raccontano le diverse facce del Medioriente nella mostra "Breakfast in Beirut" inaugurata l’altro giorno nei nuovi spazi della barchessa di villa Giovannina a Villorba. Presenze internazionali del calibro di Hany Al Ashkar, uno degli autori del padiglione egiziano a Venezia, e Nigol Bezjian, autore del video "Ladies and Gentlemen" esposto l'anno scorso al padiglione armeno. Il titolo della mostra deriva dall'omonima opera cinematografica della video-maker libanese Farrah Al Hashem, mentre l'immagine di copertina appartiene alla serie «Identity» dell'artista anglo-libanese Kiran Tasneem.

Questa ultima è stata scelta come opera di apertura dell'esposizione: un volto libero che va via via oscurandosi sotto a un burqa che alla fine copre interamente l'identità della persona. "Breakfast in Beirut" vuole rappresentare una svolta, un nuovo modo di vedere il Medio Oriente con gli occhi di artisti europei ed artisti medio orientali. Non a caso i curatori, Daniel Buso ed Enas Elkorashy, hanno voluto suddividere la mostra in due parti: al piano terra si esplora il Medioriente attraverso la lente degli artisti europei chiamati a interpretarlo tra guerra, terrorismo e luoghi comuni; al primo piano invece il Medioriente attraverso le opere degli artisti che l'hanno vissuto in presa diretta.

 Nella prima sezione si possono ammirare opere figurative di Stefano Bullo, Aldo Pavan, Alessandro Severin, Nicola Zolin e del trevigiano Alessandro Zannier (il musicista Ottodix). Assieme agli inglesi Amy Oliver e Kiran Tasneem, di origini libanesi, la francese Elissar Kanso e il tedesco Henric Taip. Oltre agli egiziani Mohamed Dahroug e Ahmed Kassim. Fino appunto a Bezjian, artista libano-siriano. Nella seconda sezione ci sono opere di artisti del Medioriente. L'Arabia Saudita di Heba Abed e Eiman Elgibreen. L'egiziano Al Ashkar assieme a Khaled Zaki, Yasmine El Meleegy, Aya Alaa El Fallah, Walid Ebeid e Hala El Sharouny. Più l'iraniano Farbod Ahmandvand.

Questi gli orari di apertura: dal martedì al sabato (14-20) e domenica (10-20). Di mattina solo su appuntamento. L'esposizione si chiuderà il 5 giugno. Il biglietto intero costa 5 euro.

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Bonhams batte, con successo, la prima asta di Arte libanese a Londra

 

di Maria Adelaide Marchesoni

Bonhams si aggiudica in questi giorni un primato quello di essere la prima casa d'asta a battere una vendita di arte esclusivamente libanese. Lo scorso 27 aprile a Londra si è infatti tenuta l'asta The art of Lebanon and Modern and Contenporary art Middle Eastearn Art con 175 lotti offerti per un ammontare totale pari 1.76.988 sterline. L'asta ha realizzato un ammontare totale pari 1.76.988 sterline, ma non è possibile fare un confronto con le stime pre-asta per il fatto che la casa d'asta, per sua policy, non fornisce una stima del controvalore (minimo e massimo) che sarà battuto né prima né dopo l'appuntamento. Una policy che penalizza ulteriormente il mercato dell'arte e, soprattutto, nel segmento più trasparente, ovvero quello delle aste. Non solo non viene fornita neanche la percentuale di venduto in lotti e in valore, non facendo così emergere il successo o l'insuccesso dell'asta di cui possiamo fare solo la cronaca dagli highlight forniti da Bonhams, dato evidentemente parziale. 

La vendita comprendeva una serie di opere rappresentative del patrimonio artistico del paese mediorientale, riunendo alcune delle opere più importanti di movimenti artistici libanesi fornendo una nuova prospettiva sulla storia culturale contemporanea del paese. In catalogo sono state proposte opere di artisti d'avanguardia come Daoud Corm, Khalil Saleeby e Kahlil Gibran e maestri moderni come Saloua Choucair e Etel Adnan.

Nima Sagharchi, specialist della divisione di arte medio orientale moderna e contemporanea ha sottolineato che il Libano sta vivendo un periodo di significativo rilancio culturale, nonostante le difficili circostanze che ha dovuto affrontare. 

L'appuntamento ha messo in evidenza una crescente domanda globale per l'arte medio orientale moderna e contemporanea e nel corso della seduta sono stati segnati dieci record mondiali, di cui sette di artisti libanesi e tre di artisti medio orientali di moderno e contemporaneo. Il successo dell'asta è dato anche dal fatto che, nonostante gli artisti in catalogo siano conosciuti era la prima volta che le loro opere venivano offerte in una pubblica vendita. Alcune opere sono state acquistate da collezionisti libanesi, ma l'interesse per i lotti in vendita è stato vivace anche per la platea internazionale. Il top lot della vendita libanese (lotto n. 2) Portrait of Mrs Alexander Morten di Kahlil Gibran (Lebano 1883-1931) una figura importante dell'arte e della letteratura del XX secolo. Esposto per la prima volta a New York nel 1914, l'opera non è apparsa in pubblico per 100 anni, inoltre è il primo dipinto di poeta e artista a essere battuto in asta. Aggiudicato per 182.500 sterline circa dieci volte la stima iniziale compresa tra 20.000-30.000 sterline, è stato acquistato da un istituzione libanese e dopo più di un secolo di permanenza in Occidente il dipinto tornerà nel paese in cui è nato Gibran.

Sempre per l'arte libanese è stato battuto il lotto 34 Beirut City Centre (The Egg) dell'artista Ayman Baalkabi (Lebano,1975) a un prezzo pari a 86.500 sterline rispetto a una stima compresa tra 80.000 e 100.000 sterline. A 41 anni, Baalbaki ha segnato il prezzo più alto in asta per un artista contemporaneo libanese. Egg (uovo), come viene affettuosamente chiamato dagli abitanti di Beirut, è un complesso di sale cinematografiche parzialmente distrutto costruito in stile Brutalist. L'edificio bombardato è diventato un monumento della guerra civile e un punto di riferimento storico. Le opere di Baalbaki ritraggono spesso edifici in guerra, quest'opera è uno dei suoi lavori più grandi e rappresentativi. Altro lotto “libanese” il numero 18, Opera Garnier Paris, 1965 dell'artista Farid Aouad (Lebano, 1924-1982) stimato 40.000-60.000 sterline e venduto per 74.500 sterline. Il dipinto, un olio su tela, è una delle più grandi e importanti opere dell'artista, non apprezzato nel corso della sua vita. Oggi le sue opere sono esposte nei musei del Libano e in Europa. Opera Garnier è stata esposta in una delle più importanti retrospettive di arte libanese, Art From Lebanon, al Beirut Exhibition Centre nel 2012.

Nell'asta di arte medio orientale il top price è stato attribuito a un artista egiziano Hussein Bicar (Egitto 1913-2002), Nubian House (lotto n. 143) venduto per 319.300 sterline contro una stima di 70.000-100.000 sterline, fissando un record per un dipinto di arte moderna araba venduto a Londra.

Passaggio in Libano tra i cecchini

Ugo Tramballi Twitter  Facebook  Email

Era il Passaggio del Museo. Lo attraversava trattenendo il fiato solo chi aveva delle ragioni forti per farlo perché quelli erano i duecento metri più pericolosi della città più pericolosa del Medio Oriente di allora: fra i quartieri cristiani a Est e quelli occidentali musulmani. Una terra di nessuno sulla quale tutti potevano sparare. Di solito si stabiliva un breve cessate il fuoco – dalle… alle… – ma nessuno poteva esser certo che sarebbe stato rispettato.

Si chiamava Passaggio del Museo perché lì c’era il Museo nazionale. Ma non capitava quasi mai di soffermarsi sul secondo aspetto della toponomastica. L’istinto di conservazione imponeva la concentrazione su altro: i cecchini, invisibili ma presenti; lo stato d’animo dei miliziani di guardia ai due posti di blocco opposti, all’inizio e alla fine della terra di nessuno.

C’era la bella facciata art decò anni 30. Ma era stata scrostata da migliaia di proiettili come le altre case di quel luogo sfortunato, il muro di cinta del vicino ippodromo, ciò che restava del selciato e dei lampioni contorti. Un day after che si rinnovava ogni giorno. E anche dopo il 1990, quando la guerra civile libanese finalmente cessò, per chi l’aveva vissuta quello restava l’ex Passaggio del Museo, non l’angolo tra la Pierre Gemayel e la via di Damasco, dove c’è il Museo nazionale del Libano.

Come per affrancare la mente da un’ossessione latente da decenni, quasi 30 anni più tardi ho deciso di entrare nel museo e incontrare il “mio cecchino”. Quanto meno il suo fantasma. Era appostato vicino all’angolo al piano terra del museo dal quale poteva tenere sotto tiro chiunque venisse dalla cristiana Ashrafieh per andare nella musulmana Mazraa e viceversa. Spesso al cecchino non importava conoscere la setta della vittima nel suo mirino di precisione: lui doveva diffondere il terrore, impedire che in quel caos durato dal 1975 al ’90 qualcuno intrattenesse rapporti con l’altra parte. Quell’anelito di melting pot gli era insopportabile.

Il cecchino aveva fatto un buco nel muro del museo, ignorando il mosaico del Buon Pastore, del V secolo dopo Cristo. Il buco che ha deturpato quella bellissima allegoria è ancora lì. Il museo lo ha solo tappato, decidendo di trasformarlo nel suo ricordo della lunga guerra civile. Anne-Marie Afeiche, la conservatrice del museo, ne è in un certo senso orgogliosa. Questo è un Museo nazionale nello stretto senso del termine: dall’archeologia preistorica al XVIII secolo ottomano, ci sono solo reperti libanesi, scoperti scavando questa terra. Anche se fuori dall’epoca storica di sua competenza, il museo non poteva ignorare un evento così determinante come la guerra civile. «Era diventato un edificio strategico occupato da tutte le milizie, preso dall’esercito siriano e poi da quello israeliano, fra una battaglia e l’altra, centinaia di profughi hanno trovato un rifugio», spiega Madame Afeiche.

Bene ordinato, luminoso, su tre piani, il museo non è enorme ma ha alcuni pezzi unici al mondo. Il sarcofago di Ahiran re di Byblos, del X secolo avanti Cristo, mostra il primo esempio quasi completo dell’alfabeto fenicio, 16 lettere su 22. Per gli studiosi è stato l’equivalente fenicio della Stele di Rosetta; tre millenni fa per quel popolo di mercanti l’alfabeto che sintetizzava i dialetti delle città-stato del Mediterraneo, rappresentò una rivoluzione tecnologica. C’è il Colosso di Byblos, primo secolo dopo Cristo. E la Tomba di Tiro, datata 64 dopo Cristo, un capolavoro che toglie il fiato: come sapeva fare il cecchino del Buon Pastore, ma in maniera più salutare per le coronarie e l’anima.

La tomba sarà l’attrazione principale del nuovo seminterrato, interamente dedicato all’arte funeraria. Ci sarà anche la selezione più grande del mondo di sarcofagi antropoidi, fra il VI e il IV avanti Cristo; e un’esposizione di mummie del periodo mamelucco, trovate in una grotta sulle montagne del Libano. Il rinnovo del seminterrato che non è stato più riaperto dal 1975, quando il museo si trasformò nel Passaggio del Museo, è finanziato e curato dalla Cooperazione italiana. Giorgio Capriotti dell’Università della Tuscia, si sta occupando del restauro degli affreschi della Tomba di Tiro; l’architetto Antonio Giammarusti è il responsabile del progetto. «L’Italia ha stanziato più di un milione di euro», dice con modestia Anne Marie Afeiche. «Sono commossa se penso a quante opere avete in Italia». Se non ci saranno ritardi, la sezione verrà inaugurata a maggio e per la prima volta dopo 46 anni il Museo nazionale tornerà al pubblico nella sua interezza.

La prima riapertura parziale era avvenuta nel 1995. Chiuso di nuovo l’anno successivo, il piano terra e il primo piano erano stati riaperti nel ’99. Ma il miracolo è che allora e oggi ci siano cose da guardare. La barbarie del Medio Oriente di oggi è definita dalle mazze e dagli esplosivi dell’Isis in Mesopotamia e a Palmyra, dall’iconoclastia in parte reale, in parte pretesto per il mercato nero dell’arte antica. Come la città della regina Zenobia nel deserto siriano aveva Khaled al Asaad, anche Beirut ha avuto il suo eroico custode: Maurice Shehab, il primo direttore del Museo nazionale, predecessore di Anne Marie Afeiche. Appena scoppiò la guerra civile, Shehab spostò tutti i pezzi trasportabili nel seminterrato che sigillò come una piramide egizia. Gli altri, le opere più pesanti e pregiate del piano terra, li rese ancora più intrasportabili, imprigionandoli dentro blocchi di cemento. Milizie e soldati passarono per un quindicennio provocando pochi danni e facendo sparire pochi pezzi. «In questa sala c’erano solo blocchi di cemento e nessuno sapeva cosa ci fosse dentro», spiega Madame Afeiche. «Solo lui, solo Maurice Shehab lo sapeva». Avrebbero dovuto torturarlo per fargli dire a quale opera corrispondeva ogni blocco di cemento.

Ma non lo fecero, il direttore del museo è morto in pace pochi anni fa. E questo è stato determinante per la realizzazione del suo miracolo. Non sarebbe stato possibile se la guerra libanese, nella sua brutalità anche peggiore di quella siriana (in proporzione agli abitanti il Libano ebbe più morti e più profughi), fosse stata abitata dalla religione e i suoi demoni, come le guerre di oggi. Nella Beirut Est c’erano i cristiani, a Ovest i musulmani. Ma erano definizioni imprecise, quelle ideologiche lo erano di più: destre a Est, sinistre a Ovest. «Per gli uni e gli altri il museo non fu mai un luogo di scontro religioso, un obiettivo culturale», conclude Anne Marie Afeiche. «Non fu mai un museo ma sempre e solo una postazione strategica». Perché anche il male ha distinzioni importanti.

 

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/cultura/2016-05-01/passaggio-libano-i-cecchini-081619.shtml?uuid=AChJVEJD © RIPRODUZIONE RISERVATA

Libano, gli scomparsi della guerra  civile: 17mila persone rapite o uccise

 

 Davide Frattini, inviato a Beirut 

La fotografa Dalia Khamissy dal 2010 raccoglie le storie di chi spera di rivedere i mariti, i figli, i fratelli spariti nel nulla durante la guerra civile, tra il 1975 e il 1990. E sono le donne ad aspettare: da undici anni ogni giorno chiedono la verità 

Le sigarette sono ancora nel pacchetto, dopo trentaquattro anni il tabacco è rinsecchito, non i ricordi di Imm Aziz che conserva il fagotto stropicciato assieme agli altri resti sacri: la cartella di Ahmad, il dentifricio di Mansour, le musicassette di Ibrahim, le caramelle di Aziz. Con i quattro figli parla ogni notte prima di addormentarsi, tiene aperta la finestra sopra la testa per essere sicura di sentire i loro passi, quando torneranno a casa da quel pomeriggio del 1982, i miliziani che bussano e glieli portano via.

 

I numeri 

Sono 17 mila le persone scomparse durante i quindici anni della guerra civile in Libano tra il 1975 e il 1990. Rapiti perché avevano attraversato l’incrocio sbagliato, sequestrati per i soldi con cui finanziare l’eccidio o subito uccisi e sepolti. Il caos degli scontri tra le fazioni inferocito dall’intervento straniero: gli israeliani installati verso Sud per colpire i palestinesi, i siriani dappertutto per imporre il loro dominio sul piccolo Paese al di là della frontiera.

 

Le storie

La fotografa Dalia Khamissy dal 2010 raccoglie le storie di chi spera di rivedere i mariti, i figli, i fratelli. Sono le donne ancora una volta ad aspettare. Come Aida: il marito è stato fermato a un posto di blocco a Beirut il 19 agosto del 1985 mentre tornava dal lavoro. O Zahra che cerca Mohammad, scomparso dopo aver passato il confine, era stato in Arabia Saudita per un contratto da operaio. Ha cresciuto le quattro figlie da sola, quando è successo aveva 25 anni.

 

La protesta 

Ogni giorno da undici anni queste donne aggiungono la rabbia all’attesa piazzandosi davanti al Parlamento libanese per chiedere quella verità che i politici non hanno mai voluto cercare, troppi degli implicati — o i loro discendenti — sono al potere. L’unica commissione d’indagine ha prodotto un rapporto di due pagine nel 2000: ha calcolato che gli scomparsi fossero «solo» 2.046 e li ha dichiarati «presunti morti». Ha consigliato alle famiglie di fare lo stesso, i parenti esitano: quel certificato ucciderebbe la speranza.

 

Corriere della Sera© RIPRODUZIONE RISERVATA 

COPEAM e Uninettuno promuovono giovani registi da Beirut, Marrakech e Tunisi

 

Al via un nuovo programma televisivo su UNINETTUNO.UNIVERSITY.TV per presentare i lavori dei giovani registi del Mediterraneo

La realizzazione di un programma tv per diffondere e promuovere i lavori dei giovani registi dell’area mediterranea: è questo l’obiettivo del progetto lanciato da COPEAM, la Conferenza Permanente dell’Audiovisivo Mediterraneo, dall’Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma e dalle scuole di cinema ALBA (con sede a Beirut), ESAV (Marrakech) e ESAC (Tunisi).

 

Il programma tv dal titolo “À première vue” andrà in onda a partire dal mese di maggio, a cadenza mensile, sul canale satellitare UNINETTUNO.UNIVERSITY.TV (visibile in chiaro sul canale 812 di SKY e sul canale 701 di Tivùsat). Ogni puntata del programma conterrà tre cortometraggi (uno per ogni scuola), dedicati a un tema specifico che cambierà di volta in volta e selezionati tra i migliori lavori degli studenti delle tre scuole. Per promuovere e raccontare le storie personali e non solo le abilità tecniche, i corti scelti saranno introdotti da un breve autoritratto del regista, fatto dagli stessi studenti, che servirà a spiegare il lavoro realizzato.

 

Per creare la sigla del programma è stato bandito un concorso, rivolto agli studenti delle tre scuole di cinema coinvolte: il vincitore è Abdel Halim Zabouri, studente dell’ESAV di Marrakech, individuato da un comitato composto da Maria Amata Garito, rettore dell’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO, dal regista algerino Rachid Benhadj, da Hicham Falah, direttore artistico del festival marocchino FIDADOC, e Nicola Caligiore, Vice-Segretario Generale della COPEAM. Lo studente sarà premiato con una borsa di studio messa a disposizione dall’Università Uninettuno, durante la conferenza annuale della COPEAM, in programma ad Ajaccio dal 7 al 9 aprile.

 

“Il cinema è uno dei linguaggi dell’arte con cui si comunicano emozioni, riflessioni, speranze e sogni. Promuovere e diffondere i lavori degli studenti delle scuole di cinema di alcuni Paesi del mondo arabo – afferma il Rettore dell’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO prof. Maria Amata Garito – ci aiuterà a capire e ad avere un nuovo punto di vista per comprendere le differenze, condividere i sogni e ascoltare le voci dei giovani del Mediterraneo”.

 

Questa importante operazione, messa in campo da Uninettuno e Copeam, rappresenta un esempio concreto di sinergia tra università, scuole di cinema e tv per promuovere i giovani talenti dell’area mediterranea e sviluppare la cooperazione internazionale e interculturale tra le nuove generazioni, anche per far fronte ai problemi di accesso al mercato e di promozione dei lavori realizzati dagli studenti delle scuole di cinema.

Il Libano


Il Libano in arabo: لبنان‎, Lubnān conosciuto anche come la Repubblica libanese, è uno Stato del Medio  Oriente che si affaccia sul settore orientale del mar Mediterraneo. Il Libano confina a nord e ad est con la Siria e a sud con la Palestina occupata. Ad ovest si affaccia sul mar Mediterraneo.

La superficie del Libano è di 10.452 km². Lungo 250 km e largo da 25 a 60 km.  La capitale è Beirut. Fiumi principali: Nahr al-Kabir Litani 150 km, Oronte 571 km  Laghi principali: Lago di Qaraʿūn  Le attività economiche principali sono i servizi bancari e finanziari, tradizionalmente sostenuti da un regime economico libero-scambista e competitivo, e il turismo.

Secondo una ricostruzione etimologica tanto diffusa quanto non scientifica, il termine Lubnān sarebbe stato utilizzato a partire dall'VIII secolo d.C. e deriverebbe dalla radice trilittera l-b-n, la stessa della parola laban (ossia "latte"), per via della somiglianza tra il Monte Libano, massiccio montuoso coperto di neve d'inverno e il colore del latte.

Il Libano ha un clima mediterraneo moderato. Sulla costa gli inverni sono freschi e piovosi e le estati calde e umide. A maggiori altitudini, le temperature invernali scendono sotto lo zero con frequenti nevicate, anche abbondanti, mentre le estati sono dure e secche. Benché in generale il Libano goda di precipitazioni annue abbastanza elevate in confronto agli aridi paesi circostanti, alcune aree nord-orientali sono più aride perché le cime della catena occidentale bloccano molte nuvole nate sul Mediterraneo.
Nell'antichità, il Libano ospitava grandi foreste di cedro del Libano, oggi simbolo nazionale. Tuttavia, millenni di sfruttamento commerciale (per edilizia e cantieri navali) senza alcuna politica di riforestazione, hanno fortemente ridotto la loro diffusione.

La popolazione libanese comprende diversi gruppi religiosi. Lo Stato riconosce ufficialmente 18 confessioni, sotto elencate. La religione si fonde con il riferimento etnico.
Le confessioni riconosciute sono:
fra gli arabi cristiani, quelle maronita (cattolici), greco-ortodossa, greco-cattolica (melchita), armeno apostolica, armeno-cattolica, siriaco-ortodossa, siriaco-cattolica, protestante, copta, assira, caldea, e la cattolica di rito latino.
fra i musulmani, le comunità sunnita, sciita, ismailita e, in aggiunta, le comunità alauita e drusa.
la comunità ebraica.

Chiesa accanto ad una moschea a Beirut
Mentre un tempo i cristiani costituivano la maggioranza, attualmente, secondo le stime del governo statunitense, i musulmani, dopo la migrazione dei palestinesi, dal 1948 in poi, sono all'incirca il 60% della popolazione libanese. Alcuni drusi focalizzano la loro identità in senso lato, dissociandosi dall'essere accomunati classicamente con i musulmani. Alcuni cristiani maroniti, in particolare quelli provenienti dal Monte Libano non si identificano come arabi, ma come semiti etnicamente discendenti dai fenici e dalla mescolanza di popoli che vivevano in Siria e in Libano prima dell'arrivo degli stessi arabi (principalmente popolazioni di lingua siriaca e bizantini). Successivamente i maroniti si sarebbero mescolati anche con i crociati. Numerosi storici hanno tuttavia contestato o criticato queste tesi. È da sottolineare che, secondo alcune opinioni attuali, è considerato arabo qualsiasi persona avente la lingua araba come lingua madre, a prescindere dai riferimenti genealogici. L'1% dei libanesi è di origine curda.


 
Sinagoga a Deir al-Qamar risalente al 600 d.C.
Il Libano è un paese membro della Lega araba anche se con le sue particolari caratteristiche pluriconfessionali e di paese mediterraneo.

Cattedrale armena di san Gregorio a Beirut
Sul territorio, gli sciiti sono concentrati soprattutto nel Sud del paese, nella periferia meridionale di Beirut e nella Valle della Beqa', mentre i sunniti soprattutto attorno a Tripoli, Sidone e nella parte Ovest di Beirut. I cristiani sono concentrati perlopiù nella zona centrale del Monte Libano e nella parte Est di Beirut, mentre i drusi si trovano nel massiccio dello Shuf (a Sud-Est di Beirut).
Diversi milioni di libanesi hanno lasciato nei secoli la madrepatria per trasferirsi negli Stati Uniti d'America, in America Meridionale (soprattutto in Argentina e Brasile), in alcuni paesi africani, come il Senegal e la Costa d'Avorio (da cui poi sono stati cacciati), in Australia e in Europa, specialmente in Francia. Si calcolano 18 milioni di persone di ascendenza libanese, di cui 8 milioni in Brasile. I libanesi della diaspora sono soprattutto di religione cristiana;si spiega così, insieme al tasso di crescita più elevato presso la popolazione musulmana, il cambiamento nei rapporti numerici, nonché la richiesta dei politici libanesi cristiani di concedere il diritto di voto agli espatriati.
L'importanza degli equilibri religiosi ha fatto sì che ai rifugiati armeni di religione cristiana sia stata concessa la cittadinanza libanese, che è invece negata ai profughi palestinesi, richiesta quest'ultima sostenuta dai musulmani sunniti.
La lingua ufficiale è l'arabo standard moderno. L'arabo parlato correntemente dalla popolazione differisce dall'arabo standard utilizzato nella forma scritta e per alcuni costituisce addirittura una lingua "neo-araba" o persino una lingua semitica a sé stante.
Il francese costituisce una seconda lingua diffusa.

Il Libano è stato per millenni un punto di incontro tra civiltà differenti, a partire da quella fenicia ed è abitato da diciotto confessioni religiose, ciascuna dotata di identità distinta, ed offre, di conseguenza, un panorama culturale straordinariamente ricco e stratificato.
L'UNESCO ha riconosciuto cinque siti libanesi come patrimonio mondiale dell'umanità: Anjar, Baalbek, Biblo, Tiro e la valle di Qadisha.
Tra gli scrittori libanesi si ricordano Khalil Gibran, Ali Ahmed Said, Hoda Barakat, Elias Khoury, Rashid Daif, Georges Schehadé, Amin Maalouf e Samir Kassir.
 
Valle di Qadisha :Numerosi festival sono organizzati durante il periodo estivo, spesso all'interno di monumenti e siti archeologici. Il programma di questi festival comprende generalmente un mix di spettacoli teatrali, opera lirica, musical, concerti di musica classica e musica pop. I festival più importanti si svolgono a Baalbek, Beiteddine e Biblo.
Provengono dal Libano numerosi interpreti della musica araba contemporanea. Oltre ad artisti come Fairouz, celebre per la sua estensione vocale, lo spirito patriottico e le sue canzoni d'amore, e Marcel Khalife, noto per il suo impegno politico e come interprete di oud, uno strumento tradizionale simile al liuto, la nuova generazione dei cantanti di musica pop comprende nomi famosi in tutto il mondo arabo.