Politica

L'industria del tabacco in Libano

La guerra in Siria ha costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire verso il Libano, mettendo a dura prova l’economia libanese e le sue infrastrutture già fatiscenti. Ma la guerra civile siriana, che dura ormai da cinque anni, è stata una manna per almeno un settore economico: l’industria del tabacco.

La conferenza del 25/02/2016: I cristiani in Siria, quale futuro

In seguito all’invito di partecipare all’incontro con il vescovo di Homs per i Melchiti, Sua Eccellenza Jean Abdo Arbach, il Tayyar-Italia (rappresentato dal suo presidente, il dott. André Chakargi, e della Sig.ra Marie Benoit El-Asmar e il Sig. Issam Sarrouh) ha assistito,

La polveriera del Libano

di Salvatore Falzone. In Libano la situazione dei profughi è drammatica. Nel piccolo Paese dei Cedri sono affluiti, dall’inizio della guerra siriana, oltre 1 milione di persone. Se si tiene conto che l’intera popolazione libanese oscilla intorno ai 4,5 milioni di abitanti e includendo i profughi palestinesi intorno ai 400 mila, si può capire come le istituzioni libanesi siano sotto una forte pressione politica, 

Le elezioni municipali danno speranza al futuro del Libano

 

DiRoberta Papaleo

La scorsa domenica, con il primo turno di municipali, dopo quattro anni in Libano si sono svolte delle elezioni. Per anni, la politica libanese è rimasta congelata: ciò ha quindi conferito una rinnovata importanza alle votazioni municipali, come unica chance per il popolo di esercitare i loro diritti nelle attuali condizioni del paese.

Le Minoranze dal Mashreq al Maghreb

L’escalation delle forze takfiristi di Daash, della Fronte Al-Nasra, di vittoria al-Qaeda e altri nei paesi del Levante, e la sua diffusione in diverse aree arabe costituisce uno spauracchio per i popoli della regione araba, in particolare per le minoranze, le quali maggioranza appartiene alla comunità cristiana e sciita, e tali minoranze sono esposte a degli abusi fisici, di morte e di distruzione, oltre alla demolizione delle chiese, delle moschee sunnite e sciite.

Libano, cristiani sotto la minaccia islamista

di Shadi Khalloul

 

A causa dei recenti disordini in Libano le comunità locali cristiane temono per la loro esistenza di eredi e discendenti dei primi cristiani. I cristiani del Medio Oriente oggi si trovano a dover affrontare un genocidio di vaste proporzioni, simile al genocidio cristiano compiuto dopo la conquista islamica del Medio Oriente avvenuta nel VII secolo d.C. I gruppi jihadisti minacciano i cristiani libanesi e chiedono che essi si sottomettano all’Islam. I cristiani del Libano, che discendono dagli aramei siriaci, appena un secolo fa costituivano la maggioranza del Paese. La conversione all’Islam dei cristiani è quanto preteso dall’Isis e da altri gruppi islamici che si nascondono nella regione montuosa al confine tra Siria e Libano.

Saad Hariri, un politico musulmano sunnita appoggiato dall’Arabia Saudita e figlio del premier assassinato Rafik Hariri, ha di recente invitato nel suo ufficio tutti i partiti libanesi per firmare un documento che conferma che il Libano è uno Stato arabo. E Stato arabo è sinonimo di leggi islamiche, come per tutti i membri della Lega araba. Perché è così importante per Hariri o per il mondo sunnita e islamico includere il Libano tra gli stati arabi e cancellare il suo nome attuale di Stato libanese?

E perché gli Stati arabi, tra cui l’Autorità palestinese, rifiutano di riconoscere Israele – dove gli ebrei costituiscono l’80 per cento della popolazione – come Stato ebraico, cercando però di far sì che il Libano – con il 35 per cento della popolazione cristiana – venga definito ufficialmente uno Stato arabo?

Circa un milione di maroniti siriaci hanno lasciato il Libano così come altri 700mila cristiani appartenenti ad altre chiese. Inoltre, più di otto milioni di maroniti siriaci vivono nella diaspora. Questi otto milioni di cristiani sono fuggiti nel corso dei secoli a causa delle persecuzioni da parte dei musulmani, spesso conquistatori delle terre cristiane. Il Libano non è mai stato prettamente arabo o musulmano. Ma questo è il passo che vorrebbe farci compiere Saad Hariri, volto più mite dell’ideologia espansionista dell’Isis, camuffata da moderato e moderno fronte laico sunnita. La richiesta di Hariri rivela ciò che il mondo islamico sta progettando per il Libano, Israele, e alla fine per l’Europa e gli Stati Uniti. Le potenze mondiali hanno bisogno di proteggere i cristiani, gli ebrei e le altre minoranze in Medio Oriente. Il Libano e Israele devono continuare a essere la patria delle minoranze perseguitate: una patria cristiana in Libano e una ebraica in Israele – due Paesi che sono collegati tra loro geograficamente, che si prestano reciproca assistenza economica e presto forse firmeranno un accordo di pace che potrebbe creare un ponte nell’ambito della cultura e dei diritti umani tra Occidente e Oriente.

Bashir Gemayel, il grande leader libanese cristiano-maronita che fu assassinato dopo essere stato eletto presidente nel 1982, aveva avvisato l’Occidente durante la guerra civile libanese che se le forze islamiche in lotta contro i cristiani avessero vinto avrebbero continuato a combattere contro il mondo occidentale, come di fatto stanno facendo attualmente.

Questo accordo per uno Stato libanese arabo come richiesto dalla leadership saudita è finalizzato a trasformare il Libano in un altro Stato arabo musulmano. Il suo scopo è quello di negare i diritti della popolazione autoctona, esattamente come è accaduto ai cristiani copti d’Egitto e a quelli aramei siriaci. In Libano, la popolazione originaria del Paese è costituita dai cristiani aramei-fenici – soprattutto i maroniti – che ancora preservano il siriaco (la lingua parlata da Gesù) come loro lingua sacra. Il 95 per cento dei villaggi libanesi sono ancora chiamati con i loro nomi siro-aramei. L’Islam e la lingua araba sono arrivati tardi in Libano dalla Penisola arabica, dopo il VII secolo.

Hariri potrebbe anche avere l’appoggio di Hezbollah, il partito musulmano sciita: sunniti e sciiti sono entrambi islamici. Il passo successivo sarà quello di chiedere che la Costituzione del Libano sia modificata in modo tale che il Paese dei Cedri sia governato dalla legge della Sharia, come molti altri Paesi islamici, compresa l’Autorità palestinese. L’articolo 4 della Costituzione del futuro Stato palestinese dichiara espressamente: “I principi della Sharia islamica sono la fonte principale della legislazione”.

Applicare la legge islamica della Sharia significa avere la sovranità musulmana e il controllo sulla comunità cristiana aramea. Se questa ideologia islamica, attuata da così tanti Paesi, non è razzismo, allora che cosa è il razzismo? Perché il mondo libero, comprese le chiese e i leader occidentali laici, tace e demonizza solo Israele ebraico per proteggersi dalla stessa minaccia e ideologia? “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. I cristiani del Libano e di tutto il Medio Oriente potranno salvarsi solo se interiorizzeranno questa frase dei libri sacri.

Traduzione a cura di Angelita La Spada

Libano, i “Dimonios” subentrano ai “Dragoni”

Durante i sei mesi di missione, i “Sassarini” del colonnello Rosa saranno chiamati a garantire il rispetto della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu attraverso una serie di pattugliamenti lungo la "Blue line", la linea di demarcazione che separa il Libano da Israele e l’area costiera a sud della città di Tiro.

Con la resa degli onori allo stendardo del reggimento “Nizza Cavalleria” (1°) di Bellinzago Novarese e alla Bandiera di Guerra del 151° reggimento fanteria “Sassari” di Cagliari, ha avuto luogo nella base italiana di Al Mansouri la cerimonia di avvicendamento tra il colonnello Massimiliano Quarto e il colonnello Enrico Rosa al comando di Italbatt, l’unità di manovra del contingente italiano di Unifil che opera nel Sud del Libano.

 

Durante i sei mesi di missione, i “Sassarini” del colonnello Rosa saranno chiamati a garantire il rispetto della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu attraverso una serie di pattugliamenti lungo la “Blue line”, la linea di demarcazione che separa il Libano da Israele e l’area costiera a sud della città di Tiro.

 

Numerose anche le attività operative ed addestrative che i “Dimonios” saranno chiamati a condurre con le forze armate libanesi nell’ottica di una loro sempre maggiore autonomia per la sicurezza e la stabilizzazione dell’area. Altrettanto importanti saranno le iniziative in supporto della popolazione locale da portare a termine mediante la realizzazione di progetti di cooperazione civile-militare nelle diciannove municipalità presenti nell’area di responsabilità.

 

Nei ranghi di Italbatt, oltre a personale del 151° reggimento fanteria “Sassari”, opereranno i cavalieri del gruppo squadroni del reggimento “Lancieri di Aosta” (6°) di Palermo, del reggimento “Cavalleggeri guide” (19°) di Salerno e militari del 62° reggimento fanteri a “Sicilia” di Catania.

Libano, l’esercito arresta numerosi terroristi ad Arsal. Nuove tensioni tra sciiti e sunniti

Un numero di terroristi non precisato è stato arrestato dall’esercito libanese nella città di Arsal, nel nord del Libano. Lo riferisce l’agenzia stampa governativa “Nna”, precisando che i miliziani sono stati fermati presso un posto di blocco. Arsal si trova nella valle della Bekaa, al confine con la Siria, e rappresenta un crocevia per il transito di terroristi e il traffico di armi.

Libano, Onu: l’irlandese Michael Beary sarà il nuovo comandante Unifil

Beary subentrerà al posto del generale italiano, Luciano Portolano, che terminerà il suo incarico il 24 luglio 2016

Il generale irlandese Michael Beary è stato nominato alla guida della missione di pace delle Nazioni Unite in Libano. Lo ha reso noto il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

Libano, tra i siriani sopravvissuti alla guerra nelle tendopoli "informali"

di CARLO CIAVONI 

Reportage. Al confine con Israele gli insediamenti non riconosciuti dove il flusso migratorio della popolazione in fuga dalla guerra preme e mette sempre più in crisi un paese con 4 milioni di abitanti, grande come l'Abruzzo, che ospita (e tollera) ormai quasi 2 milioni di profughi. I progetti di sostegno della Fondazione AVSI

Qui, dove otto secoli fa approdavano i cristiani in fuga dalla Siria del Sud, nel 2006 arrivarono gli israeliani per quella guerra durata 34 giorni, in risposta ai razzi katyusha di Hezbollah e al rapimento di due militari di Tzahal, le forze armate d'Israele. Adesso da queste parti si convive sotto l'occhio vigile del contingente militare spagnolo della missione Onu dell’UNIFIL. A Marjayoun, c’è una Cattedrale, quella di San Pietro, ancora lì da secoli, nello stesso posto dove fu costruita. Convive, come in tutto il Libano convivono, con i luoghi musulmani, in una baraonda di cupole e minareti, che rimandano ai tempi remoti, quando la vicina fortezza di Beaufort, arroccata su un monte, alla fine del 1.100 fu testimone di battaglie sanguinose tra Saladino, lo strenuo oppositore alle crociate europee, musulmano-sunnita, e i cristiani che qui cercarono riparo, in fuga dalla Siria.

 

Le sagome sgangherate della baraccopoli. Ma oggi la vera novità di questo paesone, a un centinaio di chilometri a sud di Beirut, aggrappato su una collina a 750 metri d'altezza, è che la popolazione musulmana sciita aumenta a vista d'occhio e quella cristiana diminuisce, sebbene questo, almeno in apparenza, non sembra aver cambiato il suo volto. Solo a qualche chilometro da qui, a ridosso dell’estremo Nord israeliano, quando sembra di toccare i tetti delle case di Metulla, ultimo villaggio dove sventola la bandiera con la Stella di David, ecco apparire le macchie multicolore e le sagome sgangherate delle baraccopoli popolate dai siriani, che continuano ad arrivare dal confine Sud del loro paese.

"Informali", dunque quasi invisibili. Sono donne e bambini, che per lo più hanno meno di 10 anni, sistemati in campi “informali”, non riconosciuti dal governo libanese. Arrivano da Aleppo, Raqqa, Damasco. Sono ex commercianti, contadini, allevatori, insegnanti. A farsi carico del loro destino sono diverse organizzazioni umanitarie, una tra le altre è la Fondazione AVSI, Ong italiana impegnata in 26 insediamenti qui in Libano, con progetti di aiuto dove lavorano in tutto circa 80 persone, tra locali ed espatriati. Il lavoro principale tra i profughi siriani è sui temi dell’educazione e della protezione dell’infanzia. Sono coinvolti circa 900 bambini siro/libanesi, 75 tra insegnanti ed assistenti sociali e circa 300 nuclei familiari. Attività che spaziano dal recupero scolastico, alla formazione per il personale docente delle scuole dell’area, all'assistenza psico-sociale per le famiglie dei minori più toccati dai traumi della guerra.

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Non resta che arrangiarsi. Percorsi pochi chilometri dalla cittadina libanese, lungo una bella strada, tra vallate e ampi spazi verdi, si sfiora il confine israeliano, pattugliato dai blindati bianchi dell’UNIFIL. Sul fondo di una discesa, all’improvviso, appaiono le tendopoli dei profughi siriani, quello di Marj El Kohkh e quello di Ouazzani. Le stime ufficiose parlano di circa 2 milioni di persone, penetrate in Libano, 4 milioni di abitanti - grande quanto l’Abruzzo - e più o meno visibili dai “radar” del sistema d’accoglienza umanitaria internazionale. In uno dei ripari “informali” dalla guerra più devastante degli ultimi 30 anni, i siriani si arrangiano come possono, un po’ con quello che è rimasto loro, un po’ con l’assistenza, ma anche lavorando qua e là, aiutati da famiglie libanesi della zona, che fanno da garante per la loro permanenza.

Il germe dell'abuso. C’è chi fra i negozianti fa loro credito; qualcun altro addirittura regala cibo già cucinato; altri ancora trovano diverse forme di sostegno spontaneo e gratuito. “Siamo cristiani – dice un robusto rosticciere di Marjayoun, che mostra orgoglioso una grossa croce tatuata sul braccio – siano o no tutti tutti fratelli?”. E se gli si chiede: da un connazionale musulmano ti saresti aspettato  lo stesso aiuto, a parti invertite? Lui risponde palesemente insincero: “Sì, certo in Libano si usa così”. Si capisce allora che quella di cui i siriani godono è una forma d’aiuto che contiene il germe dell’abuso. E lo si apprende dai racconti di alcune persone che vivono nei campi. Molti di loro finiscono in situazioni drammatiche, dolorose, perché alcuni libanesi senza scrupoli, che approfittano del loro status “informale”, li rendono schiavi e sotto la minaccia di essere privati della garanzia, loro unico appiglio per non tornare a sopravvivere sotto le bombe.

Marj El Kohkh e Ouazzani. Non sono che luoghi di rifugio identici a tanti altri. Non conta descriverli ancora: l’aria pesante che mozza il fiato sotto le tende quando fa caldo e il gelo paralizzante, quando fa freddo; la polvere, o il fango; i pianti dei bambini più piccoli, o le grida giocose dei più grandicelli che giocano a pallone; gli sguardi oscuri di rabbia, stanchezza delle persone, o gli occhi bassi della vergogna e della rassegnazione. In qualche modo, si prova a difendersi dal senso di impotenza, che si avverte respirando gli odori forti che emanano dalle capanne di plastica e pezzi di legno, immaginando queste persone, che hanno smesso di misurare il tempo, come in set cinematografico in movimento: da Sabra e Shatila a Beirut, al campo di Goudebou, in Burkina Faso, al confine con il Mali; oppure a Dadaab, in Kenia sul confine somalo; o ancora a Dakhla, nel sud ovest algerino, nel nulla del deserto del Sahara. Pensarli così, aiuta un po’, perché sembrano più comparse di un film tragico, che vittime vere di un ordine mondiale, in tanti ad averlo capito, ma in pochi a volerlo davvero cambiare. Il tempo a non si misura più, è vero. Ma quello passa e lascia segni.

Libano: Aoun, a fine guerra rifugiati Siria tornino a casa

Il generale: difficile la situazione dei siriani cristiani >

 Il Libano non può integrare i più di un milione di rifugiati siriani giunti nel Paese: a guerra finita dovranno tornare in patria. Entrambi cristiani, ma rivali nella corsa alla carica di presidente del Libano, il generale Michel Aoun ed il parlamentare Sleiman Franjieh ritengono, pur con accenti ben diversi, che una tale presenza minaccerebbe la sicurezza ed i fragili equilibri nel Paese.