Politica

Libano: Boldrini, partner strategico nel Mediterraneo

Il Libano ha un "ruolo chiave" nel Mediterraneo, che "oggi è il luogo più critico del Pianeta", e per questo è per l'Italia "un partner strategico". Lo ha detto la presidente della Camera, Laura Boldrini, incontrando a Beirut il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, con il quale ha firmato un memorandum d'intesa per gli scambi e la cooperazione tra le due assemblee.

Libano: cordoglio Capi delle Chiese per attentati a Qaa

La raffica di quattro attentati suicidi che all'alba di ieri ha scnvolto il villaggio libanese di Qaa, vicino al confine con la Siria, abitato in maggioranza da cristiani appartenenti alla Chiesa greco melchita, ha provocato 5 morti e almeno 15 feriti. Sdegno e condanna per la strage terroristica sono stati espressi dai rappresentanti delle istituzioni e delle forze politiche libanesi.

Libano: Patriarchi siro-antiocheni chiedono seggio in Parlamento

 

Un seggio nel Parlamento libanese riservato a un rappresentante politico appartenente alla Chiesa siro-ortodossa, e un altro garantito per regolamento ad un rappresentante della comunità siro-cattolica: è questa la richiesta concreta espressa nel documento comune che i Primati delle due Chiese siro-antiochene – il Patriarca siro ortodosso Ignatius Aphrem II e il Patriarca siro cattolico Ignatius Youssif III – hanno sottoscritto ieri, nella sede patriarcale siro cattolica, alla presenza di rappresentanti politici ed ecclesiali. Nel documento comune – riferiscono fonti locali riprese dall'agenzia Fides – si chiede anche di garantire ai membri delle due comunità cristiane una maggiore presenza negli uffici e negli incarichi pubblici, evitando discriminazioni conclamate o occulte di ogni sorta.

Sistemi delle 'quote' parlamentari alle minoranze in vigore in altri Paesi arabi
La richiesta contenuta nel documento congiunto sottoscritto ieri, era stata già presentata ai leader dei partiti politici libanesi che i due Patriarchi delle Chiese siro-antiochene avevano voluto incontrare in un rapido giro di consultazioni da loro realizzato insieme lo scorso gennaio. Il Sistema delle “quote” parlamentari garantite alle minoranze cristiane è in vigore in diversi Paesi arabi a maggioranza musulmana, come l'Egitto e l'Iraq. In Libano, il delicato sistema istituzionale libanese riserva la carica di Presidente della Repubblica a un cristiano maronita, ma dal maggio 2014 tale carica è rimasta vacante e non si riesce a trovare il consenso necessario per l'elezione di un nuovo Presidente, anche a causa delle divisioni tra le diverse sigle politiche guidate da leader cristiani.

Libano: Pinotti, rimane impegno Unifil contro escalation

La necessità di continuare la missione dei 'caschi blu' italiani nell'ambito di Unifil per "prevenire eventuali escalation" delle tensioni al confine tra Libano e Israele e una "intensificazione della cooperazione" con Beirut che "partendo dalla sicurezza si ampli anche nei settori economico e commerciale". Questi, ha sottolineato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, i principali argomenti affrontati oggi in un incontro con il presidente libanese Michel Aoun.

Libano: tornata di elezioni municipali, l’8 maggio si vota a Beirut e nella Bekaa

 Poco meno di un centinaio di consultazioni sono state ripetutamente invalidate perché non è stato raggiunto il quorum fra i deputati dell'Assemblea, a causa del boicottaggio dell’ex primo Ministro Michel Aoun e degli esponenti di Hezbollah, e dei propri alleati, che vorrebbero Aoun come futuro presidente della Repubblica. 

Lo scorso gennaio, Hariri però ha proposto come candidato Suleiman Franjieh, cristiano maronita. Geagea, anch’egli cristiano maronita, non ha gradito la proposta del suo partner più importante dell’Alleanza, candidando l’ex generale Michel Aoun, che a lungo è stato suo rivale politico.

 L’intento di Geagea era spingere gli alleati di Hezbollah a votare per Aoun ed eleggerlo come presidente della Repubblica, ma questo non è avvenuto. Queste divergenze interne hanno ulteriormente diviso l’Alleanza del 14 marzo, già in precario equilibrio da tempo, principalmente per la mancanza di una strategia e per i continui cambi di opinione legati a sottoalleanze temporanee, volte ad evitare che una fazione prenda il sopravvento su un’altra. 

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Libano: vescovi maroniti chiedono una nuova legge elettorale

In Libano diviene sempre più urgente l'adozione di una nuova legge elettorale che “garantisca la giusta rappresentanza di tutti i cittadini, sulla base della coesistenza e della democrazia che caratterizzano il nostro sistema politico”.

Libano:la Brigata Sassari è al comando di Unifil

"Soldati molto apprezzati per il coraggio e la determinazione.La forte coesione della Brigata è stato sempre un fattore determinante per il successo delle operazioni in Patria e nelle numerose missioni di pace all'estero"con queste parole il generale Graziano ha voluto elogiare i militari della Brigata Sassari che è subentrata alla Taurinense al comando dell'operazione"Leonte"nell'ambito della missione UNIFIL(United Nations Interim Force in Lebanon)nel sud del Libano. Alla cerimonia del passaggio di consegne tra Taurinense e Brigata Sassari e  tra il Generale Franco Federici e il parigrado Arturo Nitti, ha sovrinteso  il generale Luciano Portolano, capo della missione e Comandante delle Forze ONU nel Libano meridionale.
La missione della Brigata Taurinense è stata caratterizzata dalla realizzazione di un progetto che è stato portato a termine mediante il dialogo costruito con la popolazione e le istituzioni. Gli Alpini con la loro attività hanno attività hanno ottenuto il mantenimento della stabilità dell'area e la fiducia della popolazione libanese nella missione UNIFIL. E' stata inoltre incrementata l'efficacia delle attività operative. Il contingente multinazionale è composto da 1.000 militari italiani metà dei quali sono in forza alla Brigata Sassari.
Il Generale Claudio Graziano ha avuto parole di elogio per il lavoro svolto dai militari della Taurinense:"Siete stati ottimi ambasciatori delle Nazioni Unite, avendo improntato il vostro operato al dialogo e alla cooperazione". Ancora una volta, avete dato prova della peculiarità della via italiana nelle operazioni di peacekeeping, condotte con equilibrio, professionalità , imparzialità, diplomazia, effiacia, credibilità e rispetto". Ora toccherà alla Brigata Sassari portare avanti questo dellicato e pericoloso lavoro.

 

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Nelle università corsi ai rifugiati per salvare il patrimonio culturale

Da Torino a Venezia: coinvolti 50 profughi impegnati nell’arte

 

FABRIZIO ASSANDRI

TORINO

Dal Monastero Sant’Elia di Mosul ai villaggi assiri della valle del Khabour, alle chiese della piana di Ninive. Tra i rifugiati dei campi profughi ci sono funzionari, docenti, archeologi, conservatori che hanno visto distruggere l’archivio dei musei in cui lavoravano, quando non i monumenti o le opere d’arte. Ora potranno formarsi in Italia per diventare esperti della sicurezza del patrimonio culturale dai danni del tempo, dal commercio illegale e dagli attacchi dell’uomo. E poi, tornare nei loro Paesi per avviare la ricostruzione a partire dalla cultura.  

 

CORRIDOI EDUCATIVI  

È il cuore del progetto X-Team, istituito dal Politecnico di Torino, le università Ca’ Foscari e Iuav di Venezia, gli istituti Siti e Corila. Ed è uno dei progetti modello dell’impegno dell’Italia per creare «corridoi educativi» per rifugiati e richiedenti asilo. Il nostro è il primo Paese ad aderire concretamente all’idea dell’Europarlamento di mettere in rete le Università per consentire a chi fugge dalla guerra di continuare gli studi, come ha spiegato il ministro Stefania Giannini: «E questo ci rende orgogliosi». 

 

Il progetto pilota partirà a settembre e coinvolgerà cinquanta studenti dai Paesi in guerra, in particolare profughi o sfollati dalla Siria, già arrivati in Italia, o ospitati nei campi in Paesi come Libano e Giordania. Per otto mesi seguiranno corsi intensivi sui beni culturali, prima in Piemonte, nel monastero di Santa Croce di Bosco Marengo, poi in Veneto. 

 

Non solo Palmira, sotto attacco dell’Isis. In Medio Oriente «si sta consumando un genocidio culturale finalizzato alla distruzione delle opere», dicono gli organizzatori. La formazione sarà «su temi interdisciplinari, dall’architettura alla tecnologia dell’informazione, passando dalla scienza dei materiali», dice Marco Gilli, rettore del Politecnico di Torino. Si parlerà di temi come la cartografia, la ricostruzione di un archivio museale, le moderne tecniche di sopralluogo con i droni. Verranno coinvolti anche gli incubatori d’impresa, per creare posti di lavoro «nella prospettiva di un ritorno a casa con dignità». 

 

«A difendere le opere ci deve pensare l’esercito – aggiunge Romano Borchiellini, presidente dell’istituto Siti – ma gli esperti che formeremo dovranno presidiare e ricostruire». Il primo ostacolo sarà quello burocratico: come accertare le competenze dei profughi. Al Politecnico di Torino ad esempio i rifugiati, non potendo presentare documenti come il diploma, vengono iscritti «sub condicione». La condizione è che «prima della laurea il loro Paese o il nostro Ministero garantiscano per loro». 

 

GLI OBIETTIVI  

 

Il progetto «costerà un milione e mezzo di euro: per ora lo finanzieranno direttamente gli atenei, ma il Ministero e l’Europa ci appoggeranno», dice Gilli. Lo scopo del progetto è formare personale che possa salvaguardare i beni culturali «sul posto, o portarli via se possibile quando c’è una minaccia». Ma il primo obiettivo è far riprendere gli studi. Perché non c’è solo il dramma dei monumenti rasi al suolo. C’è lo sfilacciamento dei rapporti, l’interruzione della catena di formazione e di studio che impoverisce ancora di più i Paesi in guerra. 

Pace, la virtù del compromesso

Fondamentalismo islamico e ideologia dell'astrattezza delle democrazie occidentali hanno portato guerra e profughi. Ma c'è una terza via, quella della libertà religiosa. GIORGIO VITTADINI

 

Ci sono sostanzialmente tre modi di considerare guerre e conflitti tra nazioni. I primi due, prevalenti, sono dominati da astrazioni ideologiche, come quelle riguardanti credi religiosi, vedi il fondamentalismo islamico, o credi politici, come nel caso delle democrazie, o meglio dei sistemi capitalistici che i Paesi occidentali cercano di imporre in varie parti del mondo.

L'idea di dover esportare la democrazia, anche in modo violento, è figlia della visione politica soprattutto americana, ma a cui oggi purtroppo si ispirano molte nazioni europee. Cercando di imporsi, ignora o calpesta le realtà locali, culturali e religiose esistenti. Prima con Saddam e adesso con Assad si è pensato di asportare il "male" dal corpo dei vinti, facendo così pagare prezzi altissimi al popolo. In particolare oggi, l'uso delle sanzioni economiche contro Assad e la guerra fomentata in Siria, dimostrano tutta la pochezza della politica occidentale. Chi paga il prezzo delle sanzioni è la popolazione affamata, privata di beni elementari come acqua e luce, che non può usufruire delle rimesse degli emigranti siriani dall’estero e ha come sola alternativa la fuga disperata. Di qui, l'esodo di milioni di siriani verso altri paesi.

C'è un terzo modo di affrontare la questione. In Europa e nel Mediterraneo la storia ci insegna che si può convivere senza cercare di imporre la propria visione del mondo, ma cercando di creare un contesto dove le varie comunità vengano rispettate attraverso accettabili compromessi per il bene comune. E' successo nella Sicilia conquistata dai musulmani dove l'intera popolazione prosperò e successe alle comunità islamiche di prosperare dopo la conquista dei normanni, è successo ad Alessandria d'Egitto, continua a esistere seppur con tante difficoltà in Libano. E' successo anche in Siria, dove le più diverse realtà religiose ed etniche, un mosaico di 23 diverse comunità, hanno vissuto in armonia per secoli imparando ad accettare il valore della differenza. Incredibilmente succede ancora in una città martire come Aleppo dove accadono miracoli di convivenza di cui nessuno parla, come la mensa gestita dal Jesuit Refugee Service, dove ogni giorno si preparano 12mila pasti grazie ai contributi economici di donatori cristiani e musulmani e al lavoro di volontari cristiani e musulmani.

 

Come si esce allora da questa logica di astrazione perversa? Un punto cruciale da affrontare per il nostro futuro è quello della libertà religiosa, a cui è dedicato interamente il nuovo numero della rivista Atlantide. Cosa significa, concretamente?

Papa in Egitto: l’Egitto chiamato a condannare violenza e povertà in Medio Oriente

Nel discorso alle autorità Francesco sottolinea ruolo e responsabilità del Cairo nel futuro della regione. “Di fronte a uno scenario mondiale delicato e complesso, che fa pensare a quella che ho chiamato una ‘guerra mondiale a pezzi’, occorre affermare che non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio”.